Francesca Vecchioni: “La ricetta della felicità? Essere se stessi” (tio.ch)

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Francesca Vecchioni: “La ricetta della felicità? Essere se stessi”

Una donna che ama le donne, mamma di due gemelle, Presidente dell’associazione Diversity. Lo scorso marzo è uscito il suo libro edito da Mondadori “T’innamorerai senza pensare”

Articolo di Natascia Bandecchi, Fonte foto Valentina Sommariva

“Assolutamente autobiografica ma è anche un modo per uscire dal luogo comune, per esempio il coming out, e quindi il fatto di mostrare chi si è e chi si vuole essere nella vita, non sia una cosa solo da omosessuale ma è un fattore che riguarda tutti indistintamente. Essere se stessi è la cosa più difficile ma paradossalmente è l’unica cosa che ci permette di essere sereni. Essere sereni è l’unica condizione da cui si può partire per essere ogni tanto felici”.

Hai avuto la fortuna di avere una famiglia accogliente e comprensiva che ha condiviso sin dall’inizio il tuo modo di essere e le tue scelte. Una fortuna per pochi eletti.

“Ritengo che la famiglia sia una nostra responsabilità. Per esempio il rapporto tra genitori e figli si fa grazie ad entrambi. Non si può sempre aspettare il primo passo di un papà o di una mamma, anche loro hanno le loro fragilità e le loro debolezze. Se si mantiene un segreto con i propri affetti la distanza e la paura aumenteranno indissolubilmente, e magari per difesa si tenderà a non condividere pezzi importanti della proprio vita. Questa distanza creatasi si divaricherà a tal punto da trasformare il rapporto famigliare in un rapporto finto. Per questo trovo imprescindibile il fatto che la conoscenza del proprio sé passi anche dalla propria famiglia”.

Ti sei laureata in scienze politiche. La tua tesi in filosofia politica si intitolava “Percezione sulla realtà”. In che modo pensi il pregiudizio della gente sia distorto davanti alla diversità ?

“La realtà oggettiva in un certo senso è come se non esistesse, la nostra realtà è sempre soggettiva. Noi indossiamo sempre un paio di occhiali, sono i nostri occhi gli occhiali e quindi il pregiudizio fa parte del nostro modo di conoscere. La nostra mente conosce la realtà attraverso pochi dati a disposizione. Con queste poche informazioni creiamo un pregiudizio, cioè formiamo un giudizio a priori, che non necessariamente sarà sempre negativo, anzi a volte sarà sin troppo positivo. A livello sociale il problema è che il pregiudizio si forma verso le minoranze, soprattutto su quelle LGBT. Io per prima ho avuto pregiudizi sulla mia omosessualità. Tutti noi, sino a che non abbiamo sufficientemente chiaro qualcosa, ci costruiamo un’idea che può essere sbagliata. La cosa bella è che esiste la voglia di andare più in profondità senza dare per scontato che ci sia un giusto ed uno sbagliato, cioè non dare per scontato che io sono dalla parte dei giusti e tu da quella degli sbagliati. Papa Francesco ha detto: “chi sono io per giudicare”.

Malgrado l’avversità della tua nazione nei confronti dei diritti per gli omosessuali hai deciso di vivere e crescere le tue figlie li’, perché?

“Sicuramente esistono dei problemi legati alla discriminazione verso gli omosessuali, un po’ come se fossimo dei cittadini di serie B. Per esempio i nostri figli non sono purtroppo tutelati come quelli degli altri, l’Italia è molto indietro da questo punto di vista. E’ anche vero che io non ho nessuna voglia di fare la vittima. Non ha certo senso aspettare, non combattere e quindi scappare altrove per avere di più. Vorrei semplicemente potermi sentire accettata nella mia terra.
Come mi sento a vivere in Italia ? Essendo una grande amante delle istituzioni, dello Stato e della storia delle democrazie mi sento insultata. La nostra società non può prescindere dal senso di unione delle persone che esiste in una società come la nostra dove la cultura, l’arte sono tra le più rinomate al mondo. Non si puo’ pensare che nessuno non si renda conto della discriminazione enorme che si fa quando delle persone hanno possibilità diverse. Se io fossi legate affettivamente ad un omosessuale sarei furiosa, non potrei mai accettare che mio fratello, mia cugina o un mio amico subisca una situazione di discriminazione rispetto a me. Quando uno Stato non garantisce un diritto o non tutela i suoi cittadini in egual modo non fa altro che rafforzare l’omofobia. Come se lo Stato fosse spettatore impassibile di fronte ad un atto di bullismo”.

Tra le pagine del tuo libro si legge questa affermazione “Il problema vero non è l’omosessualità ma l’omofobia”. Secondo te esiste un balsamo capace di districare questo annoso nodo sociale?

“Basterebbe mettersi di più nei panni altrui. Noi ci dimentichiamo spesso che l’omosessualità ha esattamente le stesse dinamiche di un comportamento affettivo sessuale come quello eterosessuale o bisessuale. Cambia semplicemente l’oggetto. E’ un comportamento naturale, esiste da sempre, non ha un effetto reale negativo sulla società e non è vizioso, semplicemente non è verso il sesso opposto ma è verso il tuo stesso sesso. Se noi riuscissimo per un momento a dimenticarci di questa cosa e entrassimo nei panni di qualcuno che vive questo sentimento rendendoci conto che lo vive esattamente come noi allora inizieremmo a domandarci “perché non posso prendere per mano il mio partner?”, “perché non posso pensare di voler lasciare un’eredità ai nostri figli?”. Molta gente potrebbe rispondere perché non è naturale. Il fatto che non sia naturale è una bufala come non è vero che gli omosessuali non hanno figli, gli omosessuali hanno figli da sempre. Un esempio di forzatura di figli la si potrebbe associare agli eterosessuali non fertili ma in questo caso sono totalmente dalla loro parte. Avere figli è meraviglioso e tanti potrebbero dirmi che sono egoista perché ho voluto diventare mamma. Tutti inizialmente quando desiderano figli sono un po’ egoisti ma quando nascono questo egoismo svanisce come per magia e li si ama incondizionatamente. L’unico modo per riuscire a sciogliere l’omofobia è far identificare le persone facendo loro capire che stai negandogli qualcosa esattamente come se qualcuno lo negasse a te senza nessuna ragione”.

Quando è esplosa in te la scintilla che ti ha spinta a scrivere il libro “T’innamorerai senza pensare”?

“Da quando sono nate le bambine è diventato fondamentale per me lasciare una testimonianza. Penso che attraverso un’esperienza personale si riesca a far passare molto di quello che magari non passa quando si parla razionalmente. Le grandi teorie non valgono nulla rispetto alla storia di un’esperienza con dei fatti, e ti fa nascere la domanda “potrebbe succedere anche a me?”. Tante persone, soprattutto genitori, mi raccontano le loro situazioni. Genitori che hanno capito o credono che il proprio figlio sia omosessuale e non sanno come comportarsi oppure il loro figlio gliel’ha detto ed hanno reagito male pentendosene in seguito.
La questione sociale è molto rilevante, non ci si può nascondere dietro ad un dito, l’aspetto del pregiudizio rispetto a queste tematiche, che spesso dipendono dall’ignoranza, è rilevante. Il fatto di esporsi e di testimoniare mostra agli altri che si può essere felici comunque. La grande obiezione dei genitori di omosessuali è il pensiero che il figlio avrà una vita disgraziata o che non avranno nipotini (ride). Io sono felicissima, ma non sono felice perché sono la figlia di Roberto Vecchioni. Sono felice perché mi sono fatta la mia famiglia, il mio mondo, perché ho persone intorno a me con cui sto bene e che amo”.

Scrivere il libro è stato come un percorso di psico-analisi?

“Il libro è uno strumento diverso attraverso cui ho voluto far passare un certo tipo di messaggio. Il libro non parla di omosessualità, sembra strano ma è cosi’. Il libro parla di infanzia, di nonni, di riunioni di famiglia, di amori, di primi baci, di lavoro, di scelte sbagliate nella vita, di tradimenti, insomma parla di vita vissuta attraverso gli occhi di una donna che ama le donne senza sottolinearlo in maniera esponenziale. Quando l’editore mi chiese di scrivere un’autobiografia ero molto restia, mi pareva autoreferenziale a 40 anni scrivere un libro sulla mia vita, ed in effetti non è la cosa più modesta al mondo (ride). In realtà me lo chiesero dicendomi che era un modo per far conoscere una visione differente. Me lo domandarono a maggio e ci impiegai 4 lunghi mesi a cominciare a scrivere. La prima volta che lo sentii letto dal pubblico mi imbarazzai tantissimo. Non avrei mai pensato che una storia cosi’ personale venisse letta”.

Fonte: http://www.tio.ch/News/People/People/1035642/Francesca-Vecchioni–La-ricetta-della-felicita-Essere-se-stessi/

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